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Home Rassegna Stampa Sono gli Usa, non l’Opec il faro del petrolio
04/06/2016 - Pubblicato in news internazionali

Sono gli Stati Uniti e non l’Opec il faro dei mercati petroliferi. Giovedì il calo delle scorte americane aveva sorretto i prezzi, nonostante il vertice dell’Organizzazione si fosse concluso con un rinvio della reintroduzione di un tetto produttivo. Ieri il barile è di nuovo sprofodato sotto 50 dollari, per il doppio effetto dei dati sull’occupazione Usa - molto inferiori alle attese e dunque potenzialmente nocivi per i consumi di carburanti - e del ritorno in funzione oltre Oceano di 9 trivelle: segno che forse non è infondata l’idea che lo shale oil possa risorgere alla prima consistente risalita dei prezzi. Le statistiche di Baker Hughes, arrivate verso fine seduta, hanno dato un’ulteriore spinta in ribasso alle quotazioni, facendo chiudere il Brent a 49,64 dollari al barile. Uno smacco per il neo-ministro dell’Energia saudita, Khaled Al Falih, che solo poche ore prima aveva sminuito il pericolo che la concorrenza rialzasse la testa. La capacità dello shale oil di ritornare davvero in forze è comunque ancora tutta da dimostrare: decine di operatori sono andati in bancarotta e i finanziamenti al settore si sono prosciugati quasi del tutto. Potrebbe inoltre essere difficile recuperare il personale specializzato e i mezzi ai quali le compagnie hanno rinunciato negli ultimi mesi. Quello che sta accadendo, insomma, non dovrebbe (ancora) turbare la ritrovata armonia all’iterno dell’Opec. L’ultimo vertice sembra aver appianato molte divergenze in seno al gruppo, segnando una sorta di armistizio persino tra Iran e Arabia Saudita, su fronti opposti non solo quando si tratta di petrolio.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Finanza e Mercati – Sissi Bellomo (pag. 25)

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