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Home Rassegna Stampa C’è troppo shale oil: a picco le quotazioni del petrolio Usa
01/06/2018 - Pubblicato in news internazionali

Lontano dal mercato dei titoli di Stato, c’è un altro spread che sta volando a livelli record: è quello tra petrolio Brent e petrolio Wti. Il differenziale di prezzo tra i due benchmark è raddoppiato in meno di un mese, arrivando a superare 11 dollari al barile, il massimo da tre anni, e potrebbe salire ancora con ripercussioni ancora non del tutto prevedibili. A far correre il Brent, utilizzato come riferimento internazionale, contribuiscono fenomeni speculativi, legati alla geopolitica e in particolare alla previsione di un calo dell’offerta iraniana dopo la reintroduzione delle sanzioni Usa. Ma il fenomeno centrale è in realtà la debolezza del Wti. Quest’ultimo è calato di prezzo anche ieri, ripiegando sotto 68 dollari al barile, mentre il Brent saliva sopra 78 dollari: un mercato a due direzioni, che sta rispecchiando le condizioni sempre più critiche dell’industria petrolifera negli Stati Uniti, dove la crescita senza freni delle estrazioni di shale oil è arrivata a testare i limiti del sistema di trasporto, stoccaggio e raffinazione. In poche parole: negli Usa – e soprattutto nel bacino di shale di Permian – c’è troppo greggio, rispetto a quanto gli americani riescano a utilizzare in patria o esportare. E non sarà facile risolvere il problema, almeno nei prossimi 12-18 mesi, fino a che non entreranno in funzione alcuni nuovi oleodotti e alcune opere di ampliamento dei porti. Lo sconto di prezzo del Wti rispetto al Brent sta provocando ripercussioni anche sugli scambi fisici di greggio: i barili americani, oggi molto competitivi, stanno spiazzando altre forniture in molte aree del mondo, compresa l’Europa.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Finanza&Mercati – Sissi Bellomo (pag. 32)

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