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Home Rassegna Stampa “Tagliamo le emissioni” Big Oil mea culpa ma per salvare i bilanci
25/10/2015 - Pubblicato in news internazionali

Bp, Shell, Total, Eni, più i sauditi di Aramco, i messicani di Pemex, gli spagnoli di Repsol, gli indiani di Reliance. Una fetta importante di Big Oil e i suoi alleati naturali hanno fatto una scelta di campo. A cominciare da quest’estate e ancora l’ultima volta a metà ottobre hanno lanciato un appello, per sottolineare che dalla conferenza di Parigi il mondo non può uscire a mani vuote: «È una opportunità critica per irrobustire gli sforzi che affrontino globalmente le cause e le conseguenze del cambiamento climatico».  Ma i bilanci dei giganti del petrolio si fondano sul valore del loro patrimonio, cioè proprio di quelle riserve. Sono cifre che mozzano il fiato: secondo gli analisti, 28 mila miliardi di dollari contabilizzati negli attivi di bilancio, per quasi due terzi relativi ai giacimenti di greggio. Ma non risulta che di fronte alle minacce climatiche, i grandi del petrolio abbiano cambiato strategie aziendali. Le trivellazioni continuano, dall’Artico in giù, nessuno di loro investe davvero nelle rinnovabili, nessuno si prepara a chiudere i rubinetti dei pozzi. D’altra parte, le proiezioni, sia pubbliche che private, dei loro uffici studi dicono che, vista la domanda crescente di energia del mondo, i combustibili fossili restano una componente ineliminabile. Le rinnovabili che, idroelettrico compreso, arrivano ad un quarto dell’offerta di energia, non bastano e non basteranno, secondo Big Oil, da qui al 2050. Per fermare il riscaldamento globale, però, si può porre un tetto alle emissioni, con un mercato globale dei diritti ad inquinare, come già esiste in Europa. Si stabilisca quante gigatonnellate di CO2 si possono emettere quest’anno nel mondo: le aziende più virtuose venderanno i loro diritti ad inquinare e quelle meno efficienti li compreranno. In altre parole, siamo pronti a non inquinare più di tanto e a pagare per farlo, pur di salvare il nostro patrimonio. È una scommessa che ha una vittima designata e senza speranza: il carbone, il più inquinante dei combustibili fossili, a cui è tuttora affidata quasi metà della produzione elettrica mondiale. I petrolieri contano sul fatto che, abbandonando il carbone (che, peraltro, non estraggono loro) e puntando sul gas (di cui, invece, posseggono i giacimenti) si possano rispettare tetti credibili delle emissioni, grazie al fatto che il metano produce metà delle emissioni del carbone.

Fonte: La Repubblica – Maurizio Ricci (pag.16)

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