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Home Rassegna Stampa La strana alleanza tra Putin e i sauditi per non aumentare la produzione
28/11/2017 - Pubblicato in news internazionali

La prima visita di un re dell’Arabia Saudita in Russia, il 5 ottobre, è stato un successo diplomatico di Vladimir Puti. Lo Zar ha l’ambizione di modellare il nuovo Medio Oriente, ma prima deve affrontare una questione più prosaica: il prezzo del petrolio. Per far ripartire l’economia e pareggiare il bilancio dello Stato ha bisogno di riportarlo a 70, meglio 80 dollari al barile. Sembrava un’impresa impossibile, tre anni fa, quando proprio i sauditi avevano aperto i rubinetti e il greggio era sceso fino a un minimo di 30 dollari a metà 2015. L’idea allora era quella di «ammazzare» l’estrazione di petrolio non convenzionale negli Stati Uniti, che ha costi fissi più alti. Ma alla fine a essere azzoppate sono state invece Russia e Arabia Saudita. E ne è nata un’inedita alleanza. Re Salman è stato accolto con il massimo sfarzo fra gli ori del Cremlino. Sullo scacchiere geopolitico, però, Mosca e Riad giocano su due lati opposti: Putin sostiene l’Iran e Assad, i nemici acerrimi dei sauditi. In affari le cose sono diverse. Già lo scorso marzo Arabia Saudita, Emirati arabi uniti e Russia avevano deciso di spingere per tagli più drastici nella produzione. La volontà è stata ribadita a Mosca e ora di nuovo da Riad e Dubai. E sembra aver convinto, per adesso, i mercati. Ma ci sono altri fattori nella ripresa dei prezzi. Prima di tutto geopolitici. La stretta contro la corruzione voluta dal principe ereditario Mohammed bin Salam, anche se ha come obiettivo la modernizzazione dell’economia saudita, ha fatto salire la percezione di rischio nel più grande esportatore di petrolio al mondo. Bin Salman ha anche lanciato un piano di riforme, la Vision 2030, che punta a rendere il Regno meno dipendente dal greggio ma ha bisogno di forti investimenti iniziali e quindi, paradossalmente, di più introiti dagli idrocarburi. Un secondo fattore geopolitico è la crisi fra la Regione autonoma del Kurdistan e il governo centrale iracheno. Il blitz di metà ottobre delle forze federali ha riportato sotto il controllo di Baghdad i pozzi di Kirkuk, con una produzione stimata in 600 mila barili. Quel greggio veniva però esportato dal Kurdistan direttamente in Turchia e poi in Europa. Ora l’Iraq sta cercando di dirottarlo verso Sud, al porto di Bassora sul Golfo Persico. Allo studio c’è anche un oleodotto verso Iran, che potrebbe poi provvedere alle esportazioni.

Fonte: La Stampa – Giordano Stabile (pag. 2)

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