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Home Rassegna Stampa Quei finti fallimenti delle compagnie energetiche Usa
25/10/2016 - Pubblicato in news internazionali

Potranno anche essere in bancarotta, ma le tentacolari miniere del Powder River Basin in Wyoming continuano a sfornare carbone. Ed è lo stesso per i campi petroliferi del Golfo e i pozzi di shale gas sulle Montagne Rocciose. Gli investitori del settore energetico hanno a lungo sperato che il calo delle quotazioni sarebbe stato la giusta soluzione, inducendo i produttori al fallimento e arrestando così l’eccesso di offerta. Invece i fallimenti hanno a malapena avuto un impatto sui mercati dei combustibili fossili. Nel 2015-2016 circa 70 compagnie petrolifere e del gas Usa si sono sottoposte alla procedura fallimentare. Ma, secondo Wood Mackenzie, quasi nulla è cambiato dopo la bancarotta: attualmente producono 1 milione di barili al giorno, il 5% dell’output americano. E tale resilienza ha mantenuto i prezzi vincolati. La teoria secondo cui i fallimenti avrebbero contribuito a equilibrare il mercato «era sbagliata in partenza», conclude Roy Martin, analista di Wood Mackenzie. Questo è proprio il modo in cui il Chapter 11 doveva funzionare. Il processo è stato progettato per salvare le aziende salvabili e molte compagnie energetiche lo stanno sfruttando per alleggerire il carico debitorio, adeguarsi ai periodi di magra e continuare a produrre. Peabody Energy, Arch Coal e Alpha Natural Resources, tre dei più grandi estrattori di carbone degli Usa, negli ultimi 18 mesi hanno dato avvio alla procedura fallimentare. Nella prima metà del 2015 rappresentavano il 36% della fornitura di carbone a stelle e strisce, quest’anno la loro quota è quasi invariata al 33%. «È frustrante», commenta Adam Wise, ad di John Hancock Financial Services. «Molte di queste aziende operano con le stesse modalità precedenti la bancarotta o quasi».

Fonte: MF – John W. Miller, Timothy Puko (pag. 9)

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