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Home Rassegna Stampa Il Prezzo del petrolio influisce meno del passato
15/01/2016 - Pubblicato in news internazionali,news nazionali

L'instabilità, per il petrolio, è sempre stata la regola. Basta osservare l'andamento dei prezzi (in dollari reali) per accorgersi della discontinuità imperante dagli anni 70 ad oggi. La percezione di «normalità» ci viene dai tempi recenti: per tre anni e mezzo, dal 2011 a metà 2014, le quotazioni sono rimaste intorno ai 110-115 dollari al barile. Le principali economie uscivano dalle crisi del 2008, i produttori e le compagnie guadagnavano, quindi tutti erano contenti. Ma si trattava di un'eccezione, e la mossa dell'Arabia Saudita, che a novembre 2014 ha deciso di annegare in un mare di greggio la concorrenza dei produttori «non convenzionali» nordamericani, ha cambiato di nuovo le carte in tavola. Se questo è lo scenario, non si può però dire che sotto il sole non ci sia nulla di nuovo. Colpisce che l'equazione «prezzi bassi del petrolio uguale meno costi di produzione e quindi più crescita dell'economia» non sia più così valida come in passato. Mentre si sente addirittura affermare che il valore del barile — ai minimi da dodici anni — possa essere il male che mina il ritorno alla buona salute delle economie occidentali. E che, di conseguenza, sarebbe preferibile se il prezzo del barile aumentasse nuovamente. La prima considerazione ha fondamenti reali, e l'«oil plunge» dell'ultimo anno l'ha messo in evidenza: il petrolio, bontà sua, non è più così fondamentale come nel passato. Prendiamo l'Italia: se nel 1973 il greggio contribuiva a soddisfare i tre quarti della domanda di energia, oggi siamo arrivati al 35%. Il petrolio oggi significa sostanzialmente trasporti: benzina e gasolio. Non nutre come una volta l'apparato produttivo, tanto che se si volesse quantificare l'apporto del ribasso del barile sul sistema economico si arriverebbe a cifre contenute. L'hanno fatto lo scorso giugno due economisti della Banca d'Italia, Ivan Faiella e Alessandro Mistretta, che hanno concluso che il beneficio diretto sarebbe di 2,1 miliardi di euro di minori oneri per carburanti, che si tradurrebbe in circa 1,8 miliardi di maggior spesa per consumi. Più o meno 80 euro medi l'anno per famiglia. Se si provasse a riaggiornare quello studio, visto che il petrolio è sceso ancora, il beneficio potrebbe essere stimato in circa 3 miliardi di euro (si considera anche l'effetto del rincaro del dollaro sull'euro), di cui 2,5 miliardi sui consumi. Circa 116 euro l'anno per famiglia. Una bella cifra, ma non decisiva per il rilancio dell'economia, anche prendendo in considerazione gli effetti indiretti (incidenza del petrolio sul paniere dei consumi) e quelli sulle imprese (sulle quali pesa il costo dei trasporti). Non c'è da dubitare, poi, che ciò che accade per l'Italia non sia meno valido, in linea di principio, per gli altri Paesi europei. E la «minaccia» deflazionistica del petrolio a buon mercato? Forse, come sostiene qualche economista, la sorpresa deriva dal fatto che il « pericolo» venga da una componente economica che, al contrario, la deflazione l'ha sempre contrastata. È vero anche che a questi livelli del barile può venire meno il contributo dell'export italiano verso i Paesi produttori (Russia e Medio Oriente, in crisi di incassi). Ma la ripresa non andrebbe stimolata invece sul fronte della domanda? Un aumento del prezzo del petrolio avrebbe la conseguenza certa di ridurre il già scarso potere d'acquisto dei consumatori.

Fonte: Corriere della Sera, Analisi & commenti – Stefano Agnoli (pag. 26)

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