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Home Rassegna Stampa L’Europa divisa anche nella partita del gas
10/07/2017 - Pubblicato in news internazionali,news nazionali

La Germania cerca di dettare le regole del gioco. L’Italia rischia di essere asfaltata. I paesi dell’Est puntano i piedi e cercano di rovesciare il tavolo. La Commissione di Bruxelles, dopo essersi rimangiata la parola tre volte, viene costretta a mettersi in mezzo. C’è anche Putin che trama, blandisce, promette. Poi, i poteri forti, nella veste di colossi dell’economia europea, che scommettono al buio miliardi di euro. Ancora, gli Stati Uniti, appena arrivati sulla scena, che cercano di far saltare tutti i birilli con un solo strike. E, infine, dalle quinte si affacciano mano nella mano, arabi e israeliani. È la battaglia del gas e dei gasdotti. L’Europa ha raggiunto il picco del consumo di metano nel 2010. Negli ultimi due anni, c’è stata una piccola ripresa, ma il fabbisogno di gas della Ue nel 2015 era del 15% inferiore a cinque anni prima. Fino al 2025, la domanda di gas reggerà, anche perché sempre più centrali elettriche passeranno dal carbone al metano. Dopo, dipende dall’efficienza degli impianti, dai vincoli contro i combustibili fossili per il riscaldamento globale, dall’ascesa delle rinnovabili. Il problema è che le fonti tradizionali di approvigionamento del metano rischiano di sparire prima. La produzione interna europea (Scozia, Norvegia, Olanda) si sta esaurendo: copriva più di metà del fabbisogno nel 2014, non arriverà a un terzo fra vent’anni. Grande o piccolo, chi chiude il buco? Il primo a candidarsi è Putin. Il raddoppio del Nord Stream a 110 miliardi di metri cubi l’anno non sembra aver senso, visto che il ramo già esistente è sottoutilizzato. Sfruttare a pieno la capacità di Nord Stream consentirebbe di chiudere per sempre la strada attraverso cui oggi metà del metano di Gazprom raggiunge l’Europa: l’Ucraina, dando agli avversari di Kiev, cui verrebbero tolti i soldi dei diritti di transito, un colpo durissimo. La logica dell’opposizione all’accoppiata Merkel-Putin è la convinzione che l’Europa debba ridurre e non aumentare la dipendenza dal gas russo. È l’ottica che spiega l’altro gasdotto in costruzione, il Tap che, dall’Azerbaigian, attraverso Turchia, Grecia, Albania porta il metano in Italia per distribuirlo da qui in Europa. Fare dell’Italia un hub del gas europeo costa: il prezzo del Tap è di 45 miliardi, contro 10 per Nord Stream 2, per una portata di 16 miliardi di metri cubi l’anno contro 55. I due gasdotti peraltro non si escludono a vicenda. Un rapporto del ministero degli Esteri tedesco spiega che, se Gazprom sceglierà di tenere bassi i prezzi, c’è spazio per tutti.

Fonte: La Repubblica, Affari & Finanza – Maurizio Ricci (pag. 12)

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