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Home Rassegna Stampa Effetto shock sul petrolio: il barile vola del 14%
17/09/2019 - Pubblicato in news internazionali

L’attacco che ha dimezzato la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita ha messo a nudo la vulnerabilità di un pilastro del sistema energetico mondiale: nonostante la trionfale ascesa dello shale oil americano, il gigante del Golfo Persico è tuttora l’unico Paese con una consistente capacità estrattiva di riserva, una prerogativa che (fino a ieri) gli consentiva di agire come la banca centrale del petrolio, fornendo in tempi brevi barili extra in caso di emergenza. Si spiega così la reazione senza precedenti sul mercato del petrolio: dopo gli eventi del fine settimana, che di colpo hanno spazzato via quasi il 6% della produzione mondiale di greggio, il Brent è balzato al 20% all’apertura dei mercati sfiorando i 72 dollari al barile. Il rally in seguito ha perso un po’ di fiato, ma la seduta si è conclusa con un rincaro di oltre il 13% per il petrolio: il Brent ha chiuso a 69 dollari, il Wti intorno ai 63 dollari. L’attacco agli impianti di Saudi Aramco è stato un evento dall’impatto dirompente, soprattutto se – come ormai si teme – i danni non saranno riparati in fretta. Saudi Aramco infatti avrebbe chiesto la consulenza di tecnici esterni, e dalle prime valutazioni sembrano necessarie settimane di tempo per rimettere tutto a posto. Riad non ha ancora interrotto l’export di greggio, ma è costretta a mettere mano alle scorte. Fonti Reuters segnalano inoltre che ha già interrotto i flussi di un oleodotto verso il Bahrein e che si sarebbe affacciata sul mercato per acquistare carichi diesel. L’Opec per il momento non sembra orientata a intervenire e lo stesso vale per la Russia. Nemmeno lo shale oil degli Stati Uniti può venire in soccorso: i frackers estraggono sempre il massimo possibile. Per aumentare la produzione servono tempo e investimenti.

Fonte: Il Sole 24 Ore – Sissi Bellomo (pag. 3)

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