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Home Rassegna Stampa La Cassa Depositi e il conto salato per proteggere l’italianità della Saipem
23/02/2016 - Pubblicato in news nazionali

È un po' come se l'Eni avesse ricevuto indietro dallo stato un dividendo da 450 milioni ma poiché il gruppo petrolifero è a sua volta partecipato al 26,6% dalla Cdp una parte di quei soldi rappresenta una partita di giro. L'unica cosa certa è che Saipem non si è rivelata il miglior biglietto da visita per il tandem Claudio Costamagna e Fabio Gallia, banchieri di provata esperienza in sella a via Coito dall'estate scorsa per volere del premier Matteo Renzi. Potevano fare diversamente? Qualcuno dice che il Fondo Strategico, nel momento dell'acquisto della quota dall'Eni e sapendo che l'aumento di capitale per 3,5 miliardi sarebbe stato molto diluitivo, avrebbe potuto chiedere delle garanzie per la revisione del prezzo. L'intervento è stato fatto poiché si ritiene che Saipem sia un'eccellenza italiana, non in perdita, di cui vale la pena preservare l'italianità. Poiché non vi erano imprenditori privati italiani in grado di rilevare un'azienda del genere il Fondo Strategico rappresentava l'unica soluzione per evitare che Saipem finisse in mani russe. Lo stesso ragionamento viene fatto in questi giorni per l'Uva, per la quale Cdp ha manifestato interesse a rilevare una quota di minoranza insieme ad altri imprenditori italiani. Il rischio bagno di sangue anche in questo caso è dietro l'angolo ma se si vogliono mantenere in vita gli impianti di Taranto e tutto l'indotto dell'acciaio non esistono molte altre vie percorribili. L'importante è che Costamagna e Gallia trovino il coraggio di dire no a Renzi su un eventuale ingresso in Montepaschi che comporterebbe un obbligo ricapitalizzazione per la stessa Cassa.

Fonte: La Repubblica, Economia

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