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Home Rassegna Stampa Un cartello ancora una volta in ordine sparso
23/11/2016 - Pubblicato in news internazionali,stoccaggi

Il complicato accordo che i Paesi membri dell’Opec stanno cercando di finalizzare ha un obiettivo noto da tempo: provocare un rialzo duraturo delle quotazioni del barile attraverso un taglio produttivo concertato tra i membri del Cartello. Da questa “decisione” occorre prendere atto di tre realtà. L’Opec ha perso la guerra contro lo shale oil americano. Secondo: tra i riottosi Paesi del Golfo l’economia ha ripreso il sopravvento sulla politica. Terzo, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio è consapevole che gli anni bui non sono ancora alle spalle, anche perché l’avvento al potere di Donald Trump, presidente poco incline alle energie verdi e deciso a rilanciare l’industria americana degli idrocarburi, rischia di complicare le cose all’Opec erodendo ulteriormente la domanda del suo greggio. Riad e Teheran continueranno a fronteggiarsi in Siria e per l’egemonia sul Golfo Persico, ma cercheranno di essere partner in materia petrolifera. Alle notizie secondo cui l’Opec è molto vicino a un accordo, il prezzo del barile è scattato in alto. Per poi arretrare in serata. Per quale ragione? Perché è nei dettagli che si nasconde il diavolo. E le incognite in questo accordo sono davvero numerose. Innanzitutto l’entità del taglio produttivo - dell’ordine del 4-4,5% per i suoi membri - non appare sufficiente ad azzerare l’attuale eccesso di offerta presente sui mercati. Vi sono poi delle eccezioni. Nigeria, Libia, Paesi in difficoltà produttive, saranno esentati dai tagli. L’Iran, che aveva sempre remato contro l’accordo precisando di voler tornare agli obiettivi produttivi pre-sanzioni, sembrava fino a ieri pomeriggio d’accordo ad un’intesa. Poi avrebbe fatto di nuovo marcia indietro.

Fonte: Il Sole 24Ore – Roberto Bongiorni (pag. 2)

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