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Home Rassegna Stampa Banche americane in allarme per i debiti dello shale oil
22/07/2015 - Pubblicato in news internazionali

I debiti accumulati dai produttori di shale oil cominciano a pesare sui bilanci delle banche americane, che stanno accantonando somme crescenti di denaro a fronte di crediti incagliati. Non si tratta per ora di cifre elevate, capaci di compromettere seriamente la redditività degli istituti, né tanto meno è a rischio la stabilità del sistema, anche se tra i maggiori finanziatori del settore Oil & Gas ci sono colossi del calibro di JpMorgan e Wells Fargo. Il rischio maggiore lo corrono piuttosto i clienti, ossia  le compagnie petrolifere, che presto potrebbero vedersi ridurre o addirittura revocare le linee di credito. L’occasione potrebbe essere la prossima revisione semestrale delle condizioni di finanziamento, in programma a ottobre: un appuntamento al quale le banche potrebbero presentarsi con un atteggiamento molto meno tollerante rispetto ad aprile, quando un forte recupero delle quotazioni del petrolio aveva risvegliato la speranza che per il settore il peggio fosse passato. Oggi il Wti sta di nuovo testando al ribasso la soglia dei 50 dollari al barile, con ripercussioni gravi non solo su profitti e flussi di cassa delle compagnie, ma anche sul valore delle riserve petrolifere, impegnate come collaterale a garanzia dei crediti. Le autorità di vigilanza statunitensi hanno già alzato la guardia, classificando molti di questi crediti come “substandard”, un termine utilizzato quando ci sono evidenti rischi di solvibilità (si veda Il Sole 24 Ore del 4 luglio). Probabilmente è anche in risposta a queste pressioni che JpMorgan nel corso del secondo trimestre ha aumentato di 24o milioni di dollari gli accantonamenti a fronte di potenziali sofferenze. Di questi, ha chiarito la banca, 140 milioni sono relativi a prestiti al settore petrolifero e potrebbero ulteriormente aumentare nel corso dell’anno. «È possibile che selettivamente procederemo al downgrading di alcuni clienti», ha avvertito il direttore finanziario Marianne Lake. «Ma questo non significa che subiremo delle perdite», si è affrettato a precisare il ceo Jamie Dimon, intervenendo nella conference call.

Fonte: Il Sole 24 Ore FInanza & mercati 

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